Elogio del Canale 7 e perché quel rumore di fondo è la cosa migliore che possa capitare agli appassionati.

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E se nel frattempo, invece di provare a trasmettere, non ci fermassimo ad ascoltare ed a pensare?

Gira la manopola del tuo portatile, ora fermati. Sei sul canale 7. Ascolta…

C’è chi sbuffa, chi chiude lo squelch infastidito e chi cambia frequenza borbottando che ormai il 7 è inutilizzabile, che c’è troppa confusione. Voci che si sovrappongono, portanti improvvise che si sovramodulano, frammenti di conversazioni tra escursionisti, l’eco lontana di un cantiere edile o il fischio digitale di una modulazione non identificata. La lamentela è diventata un mantra nei forum e nei gruppi social degli appassionati: il canale 7 è saturo, è congestionato.

E se questo non fosse un problema, bensì la più grande vittoria delle frequenze libere negli ultimi anni?

Se in quel groviglio di onde radio ci fosse qualcosa di profondamente bello?

Per anni, camminare con una radio PMR446 agganciata allo spallaccio dello zaino ha significato fare un esercizio di pura solitudine. Chi frequentava i sentieri di montagna o i tetti delle città nei primi anni duemila lo sa bene: accendevi l’apparato, e l’unica risposta che ottenevi era il soffio bianco del silenzio. Potevi salire un po’ più in alto, guadagnare terreno, piazzarti a favore del territorio da affrontare, da raggiungere e lanciare il tuo CQ a intervalli regolari, per ore. La risposta era quasi sempre la stessa: nessuno. E non capivi fino a che punto non volessero risponderti perché semplicemente gli facevi pena o perché proprio non c’era nessuno. E cosa, fra le due, poteva essere peggio?

Siamo tutti scivolati, quasi senza accorgercene, dentro le nostre bolle digitali private. Con gli smartphone stretti in mano e gli occhi fissi sulle tacche del 4G, ignorando completamente l’immensità di cielo e di aria che abbiamo sopra la testa.

Le radio erano finite nei cassetti, a prendere polvere insieme ai vecchi caricabatterie che non ricordavi più a quale apparato appartenessero. L’etere si era svuotato, ridotto a un deserto sterile, e invece…

Oggi forse, se ti sintonizzi sul canale 7, quel deserto è scomparso. La radio gracchia, pulsa, fischia, si lamenta e ogni tanto ci infastidisce. Ma quel rumore, per quanto potrebbe sembrare fastidioso ad un primo ascolto un po’ presuntuoso, è il segno più tangibile di un risveglio collettivo.

La giungla di segnali che oggi affolla questa frequenza è la prova che le persone stanno tornando a possedere lo spazio intorno a loro e stanno alzando lo sguardo. Significa che il muratore sul ponteggio del palazzo di fronte, l’escursionista che sta provando la nuova radio su una vetta a cinquanta chilometri di distanza, il ragazzino che gioca a fare la spia nel giardino del vicino e il prepper che monitora la situazione dal balcone di casa stanno condividendo, nello stesso identico istante, lo stesso microscopico frammento di etere.

Un unico cuore che batte sulla stessa frequenza.

Senza accorgercene, abbiamo barattato un deserto ordinato e silenzioso con una piazza di paese affollata all’ora di punta. C’è chi urla, chi si sovrappone, chi disturba per errore e chi cerca di farsi largo a fatica. Certo, è caotico. A tratti è persino frustrante. Ma è benedettamente vivo!

La filosofia del QRM e la fatica della conquista

Siamo figli di una tecnologia pigra. Internet ci ha abituati alla perfezione asettica, geometrica e, lasciatelo dire, un po’ noiosa del digitale. Mandiamo un messaggio e pretendiamo che arrivi intonso, lineare, isolato dal resto del mondo, racchiuso nella sua bolla protetta. Beh, la radio no! E non la vorremmo certo così. La radio è democrazia fisica, è attrito, è materia invisibile che si scontra con la realtà. Sul canale 7 non c’è una fibra ottica sepolta che ti garantisce la linea: c’è l’umidità dell’aria, ci sono le colline, c’è il cemento armato e, soprattutto, ci sono gli altri.

Il piacere del QRM — il rumore di fondo, il disturbo generato da altre stazioni concomitanti — sta tutto qui: nella sfida.

Che soddisfazione c’è, dopotutto, a parlarsi in un canale totalmente sterile, deserto e silenzioso? Dove sta l’avventura se basta premere un tasto per sentirsi come al telefono? La vera magia del radiantismo moderno sul canale 7 di chiamata di Progetto Pmr è in parte anche riuscire a infilare la propria voce in quella fessura millimetrica di tempo e di spazio tra una portante e l’altra. Significa educare l’orecchio a separare il segnale dal rumore, a tendere i nervi per decodificare una voce che arriva a Segnale 1 e Radio 2, semisepolta dalle interferenze.

Quando a mezzo watt, in mezzo a quella giungla di onde radio, riesci finalmente a scambiare un controllo bidirezionale, quando quel “ricevuto” emerge dal fruscio, quel collegamento non è semplicemente una comunicazione riuscita. È una conquista. È una vittoria della fisica e della tenacia umana. Più la frequenza è dura, più il contatto è sudato, più la soddisfazione di avercela fatta si fa intensa.

Condividere lo spazio: la radio come scuola di disciplina e democrazia

Il sovraffollamento della frequenza di chiamata porta con sè una grande verità: la radio non ammette privilegi.

In un mondo digitale in cui siamo abituati a delineare i nostri confini su misura, dove se qualcuno ci dà fastidio lo blocchiamo, se una notifica ci disturba attiviamo il Non Disturbare, e dove ognuno ha il proprio feed personalizzato dall’algoritmo — la radio ci sbatte in faccia la realtà dello spazio condiviso. Sui canali intasati non esiste la proprietà privata. La banda è una, lo spazio è stretto, ed è di tutti.

Questa congestione si trasforma così in una straordinaria palestra di educazione civica e di disciplina etica. Quando la frequenza è satura, sei costretto a resettare i tuoi ritmi. Non puoi più permetterti di premere il tasto PTT e parlare d’impulso solo perché ti va di farlo.

Diventa obbligatorio fare quello che i vecchi radiantisti ripetono da decenni: ascoltare, ascoltare e ancora ascoltare. Devi metterti in coda. Devi sintonizzare l’orecchio e capire chi sta parlando, da dove, e se c’è un QSO già in corso. Se senti che un’altra stazione sta trasmettendo, il tuo dito deve rimanere fermo. Impari la pazienza dell’attesa. E quando finalmente la frequenza si libera: passaggi brevi, controlli rapidi, nessun monologo inutile. Perché sai che dietro di te, nell’ombra del fruscio, c’è qualcun altro che aspetta il suo turno.

Se intercetti una stazione lontana, magari un escursionista in quota che sta cercando di fare un test di portata o qualcuno che ha una piccola necessità di orientamento, l’etichetta cortese del radiantismo ti impone di fare da “ponte” umano se due stazioni lontane non si sentono tra loro.

Il canale 7 congestionato ci costringe a fare i conti con l’altro. Ci ricorda che la nostra libertà di modulare finisce dove inizia quella della stazione vicina.

È un esercizio di convivenza forzata che non ha eguali nel panorama tecnologico moderno. In quella giungla di rumore, o si impara a rispettare le regole non scritte, o ci si oscura a vicenda, condannandoci al silenzio. Condividere un canale così stretto e rumoroso non è solo un passatempo tecnico: è un atto di civiltà.

La prossima volta che la vostra radio comincerà a imbizzarrirsi e a gracchiare selvaggiamente non spegnetela. Non cambiate canale infastiditi. Non lamentatevi. Sorridete, regolate lo squelch al limite del fruscio e godetevi lo spettacolo. Quello che state sentendo non è un disturbo: è il battito cardiaco di una comunità di appassionati che è nata per farsi sentire.

Passo.
Gianfranco 1LOM045

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